| introduzione al DIALETTO ROMANESCO |
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ultimo aggiornamento 29 novembre 1999 |
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- I VERBI
Sono qui di seguito elencati i principali tempi verbali nella loro versione romanesca.
Si tenga presente che nel lessico del popolano medio raramente ricorrono i tempi più "sofisticati", quali ad esempio i congiuntivi, e spesso esistono più forme diverse per una medesima inflessione verbale.
- INFINITO
Tutti i verbi della I e III coniugazione (...are e ...ire) perdono "...re", divenendo vocaboli tronchi:
andare
venire
guardare
parlare
sentire
andà
venì
guardà
parlà
sentì
É invalso l'uso di scriverli con l'ultima lettera accentata, anziché con l'apostrofo, benché si tratti propriamente di un'elisione.
Per i verbi della II coniugazione (...ere) la forma romanesca dipende da dove cade l'accento nel vocabolo italiano.
- Se cade sulla penultima sillaba, si applica la stessa regola anzidetta:
cadere
volere
godere
sapere
potere
cadé
volé
godé
sapé
poté
- Per i verbi con un accento sulla terzultima sillaba, il vocabolo romanesco perde "...re", mantenendo l'accento nella posizione originale:
prendere
credere
cuocere
ridere
crescere
prende
crede
còce (si noti come "uo" sia ridotto a "o")
ride
cresce
In pochi casi lo stesso fenomeno si verifica anche per verbi del gruppo precedente, che hanno così due possibili forme:
vedere
sedere
vede, ma anche vedé
sede, ma anche sedé
In ogni caso, l'ultima ...e o ...é ha sempre una pronuncia molto chiusa.
Quando l'infinito del verbo è seguito dalle particelle pronominali ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le, se il verbo in romanesco è tronco queste raddoppiano la consonante (si tengano a mente anche le contemporanee trasformazioni di ...mi in ...me, ...ti in ...te, ecc. già discusse in precedenza):
tirarle
sentirvi
pagarci
curarla
sentirli
parlarvi
tiralle (cioè tirà + le con "l" raddoppiata)
sentivve (sentì + ve con "v" raddoppiata)
pagacce
curalla
sentilli
parlavve
Non c'è alcun raddoppio con la particella ...gli (che in romanesco traduce anche gli equivalenti italiani ...le e loro): resta infatti ...je, non raddoppiato graficamente, ma pronunciato con un suono un po' più marcato:
dargli · darle · dar loro
sentirgli
pagarle
curarle
tenergli
parlare loro
daje
sentije
pagaje
curaje
teneje
parlaje
Nei verbi non tronchi il raddoppio delle particelle non avviene mai:
prenderlo
cuocerle
crederle
crescerlo
prender loro
prendelo
còcele (il dittongo "uo" si accorcia in "o")
credeje
crescelo
prendeje
- PRESENTE
Nei verbi regolari il presente non cambia di molto, seguendo semplicemente le regole fonetiche già discusse:
salta
vendo
credi
mangia
prendete
sarta (solo cambio di "l" con "r")
venno (altro cambio fonetico: da "nd" a "nn")
credi
magna (o maggna)
prendete
Si hanno modifiche sostanziali solo per due persone:
- La prima persona plurale si modella sempre su ...mo, assumendo la vocale tonica del corrispondente infinito:
dormiamo
cadiamo
guardiamo
sentiamo
sediamo
vogliamo
dormìmo (dall'infinito dormire)
cadémo (da cadere)
guardàmo (da guardare)
sentìmo (da sentire)
sedémo (da sedere)
volémo (da volere)
- La terza persona plurale molto spesso cambia in ...eno per la gran parte dei verbi, indipendenemente dalla loro coniugazione:
dormono
cuciono
guardano
sentono
prendono
ridono
dòrmeno
cùceno
guàrdeno
sènteno
prèndeno (si noti: il gruppo "nd" non cambia a "nn")
rìdeno
Tuttavia, altri verbi, specialmente quelli della II coniugazione del tipo potere, volere, ecc. hanno una terza persona plurale regolare: possono, vojono, ecc.
Per i verbi irregolari, invece, il tempo presente ha qualche differenza in più.
Sono qui di seguito menzionate solo le inflessioni che si discostano da quelle dell'italiano:
- Essere:
sono
siamo
siete
so'
sèmo
séte
- Avere:
abbiamo
avemo
DIALETTO MODERNOSpecialmente nei tempi composti, come verbo ausiliario, il romanesco moderno
a volte contrae le inflessioni verbali del presente di avere, dando luogo alle
seguenti forme:
hai fatto
abbiamo fatto
avete fatto
ha' fatto
a'mo fatto ~ àmo fatto
a'te fatto ~ àte fatto
Tale contrazione non è costante, ma sta divenendo via via più frequente
soprattutto nel linguaggio parlato.
- Fare:
faccio
facciamo
fo
famo
- Piacere:
piacciono
piàceno
- Potere:
possiamo
possono
potémo
pònno
- Venire:
vieni
viene
veniamo
vengono
venghi (per assonanza con vengo)
viè
venìmo
vengheno (come per i verbi regolari)
- Per verbi come conoscere, uscire, ecc., nei quali la prima persona singolare esce in ...sco, anche la seconda singolare esce spesso in ...schi, per semplice assonanza con la prima persona:
tu lo conosci
quando esci da casa
tu lo conoschi
quanno eschi de casa (o quann'eschi de casa)
- Il verbo "andare" alla prima persona plurale fa annamo, ma viene assai spesso eliso in 'namo (anche se non preceduto da altro suono), specialmente quando ha valore esortativo. Questa forma resta soggetta a tutte le altre regole fonetiche, quali il raddoppio enfatico della "n" iniziale, l'elisione della "o" finale quando seguita dalla preposizione a, ecc. ecc.
andiamo?
andiamo a casa
allora andiamo?
andiamo, che si fa tardi!
annamo? oppure 'namo?
annam'a ccasa o anche 'nam'a ccasa
allora 'nnamo? (si noti il raddoppio di "n")
annamo, che sse fa ttardi! o 'namo che sse fa ttardi!
- FUTURO
Non ci sono modifiche.
Solo nel verbo andare il gruppo "..dr.." è sempre allungato in "..der..":
andrò
andremo
andranno
anderò
anderemo
anderanno
Per lo stesso motivo, nel verbo potere si assiste spesso (ma non sempre) ad anologhe modifiche:
potrò
potremo
potranno
poterò
poteremo
poteranno
- IMPERFETTO
Non vi sono cambiamenti (ferme restando le regole generali), ma la prima persona plurale e, più di rado, la seconda plurale, in italiano solitamente ...vamo e ...vate, talora divengono rispettivamente ...mio e ...vio, conservando entrambe le forme, regolare e non:
andavamo
prendevamo
sentivamo
ricordavate
bevevate
finivate
annàmio oppure annavàmo
prennémio oppure prennevàmo
sentímio oppure resta sentivamo
aricordàvio oppure aricordavàte
bevévio oppure resta bevevate
finívio oppure resta finivate
Le forme ...mio / ...vio, molto usate da Cesare Pascarella, nel dialetto moderno sono cadute in disuso.
Da segnalare, per il verbo "essere", la forma èrimo (corrispondente a eravamo), che anche in questo caso è andata perdendosi.
CONSIDERAZIONI SULL'USO DI "CI"Davanti a verbi che cominciano per vocale, il pronome ci si lega graficamente alle inflessioni (tranne nei casi in cui ci ha valore riflessivo, vedi sotto):
ci riesci?
non ci andiamo
ci riprova
ci abitano
lo fate di nuovo? (ci rifate?) [2]
ciarièschi? [1]
nun ciannàmo
ciaripròva
ciàbbiteno
ciarifàte?
[1] - Si tenga presente che in romanesco molti verbi esprimenti una reiterazione cominciano per a... (cfr. paragrafo sui verbi), per cui l'abbinamento di ci + verbo con vocale iniziale è più frequente di quanto si verifichi in italiano.
[2] - In romanesco il verbo rifarci viene usato tanto nel senso generico di "fare qualcosa un'altra volta" che, soprattutto, nell'accezione più specifica di "reiterare un tentativo fallito", "esser recidivi nel commettere un fallo commesso", ecc. In tali casi è anche comunemente usato il verbo rigiocarci (in romanesco ariocàcce), per cui secondo la regola anzidetta si dirà: ciariòchi?
Se però ci è usato con valore riflessivo, davanti alla prima persona plurale si trasforma in se, subendo un'elisione se il verbo comincia per vocale, ma comunque non legandosi al verbo come accade con ce.
Si presti attenzione al confronto fra i seguenti esempi:
ci andate a prendere qualcosa?
ci andiamo a comprare una birra?
ci andiamo (andiamo lì)
ci vedete?
ci vediamo un film?
ci vediamo anche al buio
ciannate a pijà quarche ccosa?
s'annàmo a comprà 'na bira [1]
ciannàmo
ce vedete?
se vedemo un firme?
ce vedemo puro ar buio[1] in romanesco arcaico sarebbe più corretto: s'annàmo a crompà 'na birra.
- PASSATO REMOTO
La forma più comune in romanesco è in ...etti per la prima persona singolare e ...ette per la terza singolare, ma possono esistere altre forme diverse, senza una regola specifica. Va detto, comunque, che il romanesco non ama troppo il passato remoto, preferendogli il passato prossimo, spesso anche a sproposito:
morì
corse
andai
andò
morette, morze
corrette, corze (o corse, senza "s" enfatica)
aggnedi, annai, annetti
aggnede, annò, annette
In molti altri casi, però, rimane la forma italiana: aspettò non cambia, come pure guardò, pensò (o penzò), ecc.
La prima persona plurale, ...ammo, ...emmo o ...immo, cambia spesso in ...assimo, ...essimo, ...issimo:
vedemmo
andammo
corremmo
vedessimo
andassimo
corressimo
Anche questa è una forma particolarmente frequente nei sonetti di Pascarella.
La terza persona plurale in ...arono può cambiare in ...onno od ...orno, mentre ...irono diventa ...inno:
andarono
sparirono
andonno, o andorno, o agnedero
sparinno
La forma in ...orno è arcaica, e la si trova soprattutto nel Meo Patacca di G.Berneri (1695):(IV - 67)
Subbito le perzone si slargorno,
Che già con Marco Pepe eran venute,
E quelle ancor ch'a caso capitorno
Da curiosità quì trattenute.
Fecer l'istesso quelle, ch'arrivorno,
Che da Meo queste cose havean sapute,
El campo largo e libero si lassa,
E in tel mezzo nisciun proprio ce passa.
- CONGIUNTIVO PRESENTE
In genere le persone che terminano in ...a cambiano a ...i, mentre ...ano diventa ...ino:
venga
possano
abbiano
venghi
pòssino, o pòzzino (con la "s" enfatizzata)
abbino (sarebbe abbiino, ma ovviamente una delle "i" si perde)
- CONGIUNTIVO PASSATO
Non è comunemente usato; la seconda persona plurale, che in italiano termina in ...aste, ...este, ...iste, diventa ...assivo, ...essivo, ...issivo:
poteste
mangiaste
dormiste
potéssivo
magnàssivo
dormìssivo
- CONDIZIONALE
La prima persona singolare (che in italiano termina in ...ei) in romanesco classico cambia in ...ia:
io andrei
io metterei
io darei
io annerìa
io metterìa
io darìa
DIALETTO MODERNOIn tempi più recenti la prima persona singolare ...ia è cambiata in ...ebbe (come la terza persona singolare in italiano), talora ancor più corrotto in ...ebbi: io annerebbe o io annerebbi (anziché io annerìa) io metterebbe (anziché io metterìa), io darebbe, ecc.
IMPERATIVO
Per i verbi regolari, se la seconda persona singolare è seguita dalle particelle pronominali ...mi, ...ti, ...lo, ...la, ...ci, ...vi, ...li, ...le, la terzultima vocale del verbo solitamente si tramuta in "e" (laddove in italiano è sempre "a" o "i"):
vendilo
mettile
cambiala
sentile
lavati
guidalo
véndelo (o vénnelo)
méttele
càmbiela
sèntele
làvete
guìdelo
Un altro cambio di vocale in "e" lo subisce spesso anche la prima persona plurale quando, usata con valore esortativo, si trova legata in fondo una particella pronominale (cfr. gli esempi senza particella):
beviamo
beviamoci mezzo litro di vino
andiamo
andiamoglielo a dire
leviamoci di mezzo
nascondiamolo qua sotto
compriamole un gelato
bevémo
bevémese mezzo litro de vino
annàmo
annàmejelo a ddì
levàmese de mezzo
nasconnémelo qua ssotto
compràmeje un gelato
Si tenga presente che, come già detto, il dialetto romanesco non fa alcuna distinzione fra ...gli, ...le, loro: divengono tutti ...je (equivalente puro di ...gli).
Dunque, scrivigli, scrivile e scrivi loro in romanesco divengono tutti e tre scriveje (cfr. anche sopra, INFINITO).
Nel caso di forme riflessive, tanto l'italiano che il romanesco hanno la particella pronominale in fondo al verbo (ad esempio: vestiti! à vestete!; portami il giornale! à porteme er giornale!; guardalo! à guardelo!; e così via). Ma volgendole al negativo, mentre l'italiano ammette due forme, in romanesco si preferisce una delle due, cioè quella col pronome anteposto al verbo:
non vestirti!
non ti vestire!
non portarmi il giornale!
non mi portare il giornale!
non guardarlo!
non lo guardare!
nun vestitte! (poco usata)
nun te vestì!
nun portamme er giornale (poco usata)
nu' mme pòrtà er giornale
nun guardallo! (poco usata)
nu' lo guardà!
A tale riguardo, è utile confrontare in ELISIONI ED ACCORCIAMENTI le modifiche subite da nun quando è seguito dai pronomi me, lo e la.
Anche i verbi irregolari in genere rispettano la forma imperativa italiana (con eventuali cambi per soli motivi fonetici); fra le poche eccezioni comunemente usate è vieni, che diventa viè, e le seconde persone del verbo essere, sii e siate, che diventano rispettivamente èssi e séte:
vieni qua, non farmi perder tempo!
siate buoni, non fate tutta questa confusione
sii gentile, prestami questo arnese
viè cquà, nu mme fa pperde tempo!
séte bboni, nun fate tutta sta caggnara
èssi ggentile, presteme st'arnese
PARTICIPIO PASSATO
É molto importante, non già per l'uso fine a sé stesso quanto per il fatto di prendere parte ai tempi composti, in particolare al passato prossimo, che nel dialetto romanesco (soprattutto quello moderno) è il passato più comunemente usato.
Non ci sono sostanziali modifiche, ad eccezione del verbo "andare", il cui participio passato è ito (con le rispettive forme femminile e plurali: ita, ite, iti), sebbene nel dialetto moderno tenda a divenire sempre più comune la forma regolare annàto (cioé andato):
sono andato
siete andate
eri andata
eravamo andati
so' ito (forma moderna: so' annato)
séte ite (forma moderna: séte annate)
eri ita (forma moderna: eri annata)
erimo iti (forma moderna: eravamo annati)
Si segnalano anche sporadiche contrazioni: ad esempio, creduto può diventare créso.
GERUNDIO
Il romanesco fa poco uso del gerundio, rendendone spesso il concetto con tempi narrativi, quasi delle perifrasi, per le quali viene fatto un uso enfatico della congiunzione che. Queste forme saranno successivamente trattate al paragrafo 10, NOTE DI SINTASSI.
Per quanto riguarda le trasformazioni fonetiche subìte dalle vere forme di gerundio, di solito consistono nella trasformazione di ...ndo in ...nno, come già spiegato in SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI, ma non essendo una norma rigorosa esistono entrambe le versioni:
bevendo
mangiandosi
ridendo
piangendo
riscaldando
bevènno ma anche bevendo
maggnànnose ma anche maggnàndose
ridènno ma anche ridendo
piaggnènno ma anche piaggnendo
ariscallànno ma anche ariscallàndo
FORME VERBALI RIFLESSIVENel formare il riflessivo (lavarsi, vestirsi, ecc.) il romanesco perde la "r", raddoppiando la "s" se il verbo ha l'infinito tronco. Si rammenti che il pronome riflessivo si in romanesco diventa se, come già detto in SOSTITUZIONI DI LETTERE E GRUPPI:
pettinarsi
sdraiarsi
vestirsi
lavarsi
perdersi
credersi
tingersi
pettinasse
sdraiasse
vestisse
lavasse
pèrdese
crédese
tìgnese (si noti il cambio di "ng" con "gn")
Si tratta, cioè, dello stesso fenomeno già descritto per le particelle pronominali
(cfr. sopra, INFINITO).
VERBI CHE ESPRIMONO UNA REITERAZIONEAi verbi che esprimono una reiterazione, in genere inizianti per "ri..." (rivedere = vedere ancora; ricominciare = cominciare di nuovo; ecc.) accade spesso che in romanesco si anteponga una "a":
(E ALTRI CAMBI)
riprendere
riporre
rimbalzare
ritornare
ariprende
aripóne (in quanto derivato dalla forma arcaica ponere)
arimbarzà
aritornà (ma anche semplicemente tornà)
Ciò accade anche ad alcuni verbi che in italiano hanno un inizio foneticamente affine ("ri...", "re...", "ra...") ma che ciononostante non esprimono una reiterazione in senso stretto, o addirittura non la esprimono affatto:
riconoscere
raccontare
raccogliere
riflettere
ariconosce
ariccontà
ariccoje
arifrètte
Altri cambiamenti possono aversi nella stessa radice del verbo, ma in tal caso non sono classificabili, e sono legati ad origini diverse del vocabolo più che a semplici regole fonetiche:
trasportare
bere
straportà
beve (fa riferimento alla forma arcaica bevere)
In tal caso, le inflessioni non subiscono modifiche particolari rispetto agli schemi già citati.
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.....se semo 'ntesi ?
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